Caro Paolo, all'inizio degli anni '90 un mio caro amico, bravo sciatore, era convinto che se si fosse allenato tanto e con la stessa metodologia, sarebbe diventato anche lui un campione come Tomba, anche perché già aveva sci e scarponi come i suoi.
Idem, ad un "master" di perfezionamento di tennis, dopo una partita in cui il maestro aveva dato un 6-2 6-4 al già ottimo giocatore che faceva da allievo, alla richiesta di questo su che marca e modello di racchetta usasse, il maestro ha risposto testualmente «...Mah, questa è la racchetta che uso per le lezioni, ha anche una corda rotta...» e indicando dal gomito al polso aggiunge «la qualità della racchetta va da qui a qui».
Perdonarmi, non posso e non voglio darti "lezioni di vita" ma mi sono trovato anch'io nella tua stessa situazione, anzi ancora ho difficoltà a superare quasta fase, ma quanto scritto sopra me lo ripeto spesso per ricordare a me stesso che non siamo tutti uguali e che il talento non si compra da fotoimpex.
C'è stato in passato un periodo in cui ero convinto che tutto dovesse essere stampato su gradazione 2, in cui ogni fase della "procedura" doveva seguire "il protocollo", in un'ottusa e stupida interpetazione del Sistema Zonale come sistema sensitometrico piuttosto che come strumento fotografico. Poi alcune buone letture, la fine di un prolungato periodo adolescenziale e un minimo ragionamento mi hanno fatto riconsiderare la cosa.
In realtà quello che cercavo era una scorciatoia, una formuletta magica, una bella lista di cose da fare che se avessi scrupolosamente seguito mi avrebbe portato alla "Adams' style quality"; ma non è così che funziona.
In fotografia soltanto il numero di variabili in ballo fa girare la testa, figurarsi riuscire a tenerle a bada, oltrettutto in un contesto (la mia camera oscura) che per quanto mi sforzi di tenere controllato, è ben lontano dai parametri di un laboratorio del centro ricerche di Rochester. Precisione degli otturatori, scale diaframmi, esposimetro, lunghezza focale, flare, centraggio delle lenti e tolleranze meccaniche, precisione nel posizionamento degli schermi di messa a fuoco ed eventuali specchi, mosso e micro-mosso; tolleranze dei termometri e delle formulazioni chimiche dei bagni, sia acquistati che fatti in casa, l'acqua, la stessa temperatura di asciugatura della pellicola; differenze tra le stese dell'emulsione sia della carta che della pellicola, centraggio e allineamento dell'ingranditore, variazioni in tensione e fase della corrente... sono quelle che mi sono venute in mente adesso, senza contare le fluttuazioni nel tempo di gran parte di queste variabili. E questo, secondo la mia modestissima opinione, basta e avanza per rendere anche i dati "oggettivi" delle semplici indicazioni di massima.
Poi leggo in un intervista ad uno studente di Ansel Adams che il "Portfolio Five" è stato in gran parte stampato su Agfa Portriga gradazione 6 (!!!), che l'esposizione di "Moonrise Hernandez New Mexico" è completamente cannata, che Brett Weston manco usava l'eposimetro e che io ero proprio uno scemo a cercare di calcolare un fattore di correzione per il flare del mio Spotmeter.
Il mio problema non è il flare dello spotmeter ma è... dal gomito al polso!!!!
Ma questo non toglie che io mi diverta come un matto quando fotografo, nonostante le alzatacce prima dell'alba e le zanzare che mi martoriano le gambe mentre controllo l'inquadratura, e quando entro in camera oscura e comincio a cantare a squarciagola sopra il cd preferito del momento e a "sculettare" tra le bacinelle, sinceramente non me ne frega niente se la stampa è stata 30" di troppo nello sviluppo...in fondo poi non è venuta così male, e io mi sento...leggero.
Scusate l'OT
Diego








