In questo video, viene illustrato il suo lavoro.
Il video e' in giapponese con i sottotitoli in inglese ed e' estremamente semplice da seguire.
Intanto faccio un piccolo resoconto/traduzione per chi avesse difficolta' con l'inglese o non potesse vedere il video.
Il fotografo spiega come stia lavorando da anni ad progetto chiamato "una miriade di divinità", ispirato alla tradizionale idea shintoista giapponese secondo la quale gli dei inabitano tutte le cose, scattando con una macchina grande formato 8x10 e facendo stampe al platino-palladio su carta fatta a mano in Giappone (carta Washi).
Mentre sta spiegando la sua filosofia nel decidere cosa e come fotografare, viene ripreso vagare per i boschi, cercare l'inquadratura ed, una volta trovatala, misurare l'esposizione con un esposimetro spot, decidere il filtro da utilizzare e scattare.
In seguito spiega come abbia deciso di utilizzare la carta Washi sia perche' la tecnica fotografica viene dall'Europa e lui desidera introdurre un elemento Giapponese nel suo lavoro, sia perchè e' particolarmente duratura (si parla di mille anni).
Tra tutte le carte Washi disponibili in Giappone, un paese famoso per la produzione artigianale della carta, ha scelto precisamente quella di un certo produttore.
Dopo aver ricevuto la carta deve aspettare dai 3 ai 5 anni perche' essa sia completamente asciutta e adatta al processo che gli interessa.
Per cominciare, dopo aver tagliato la carta, la ricopre con un trattamento di resina di pino, molto usato dai pittori Giapponesi.
A questo punto, c'e' un cambio di scenario e lo si vede caricare gli chassis in una changing tent molto figa
Spiega che il tipo di pellicola che usa non e' piu' in produzione, benche' sia ancora disponibile fino ad esaurimento scorte.
Parla della scelta di usare un banco ottico 8x10, dettata dal bisogno dei movimenti della macchina e di un approccio piu' lento e deliberato allo scatto e viene mostrato come annoti tutto su un taccuino, con tanto di disegni esplicativi della scena ritratta con annotazioni sull'esposizione.
A questo punto viene ripreso mentre esamina i negativi per poi scansionarli, sistema le curve in photoshop e stampa su supporto trasparente un ingrandimento del negativo per la stampa a contatto.
A quanto pare, benche' sia stata introdotta 140 anni fa, la tecnica della stampa al platino-palladio non e' molto conosciuta in Giappone. Il fotografo se ne rammarica e spiega che e' andata via via scomparendo in favore della stampa classica al sali d'argento, benche' la gamma tonale ottenibile col platino-palladio sia superiore.
Mentre viene ripresa la preparazione dei chimici e della carta, Nobuyuki ammette che il suo procedimento e' molto peculiare perche', benche' la stampa al platino-palladio sia probabilmente la tecnica di stampa piu' bella e delicata che si possa utilizzare, lui ha deciso di stampare su un tipo di carta Washi molto ruvido e pieno di texture a causa del materiale (la fibra del legno dell'albero kouzo) di cui e' fatta.
Gli e' stato piu' volte detto di utilizzare una carta piu' consona, ma lui se ne sbatte e apprezza il contrasto tra la delicatezza della stampa e la ruvidezza della carta.
Le riprese delle stampe vengono accompagnate dalla sua spiegazione del motivo per il quale apprezza particolarmente questo contrasto, ossia poiche', considerati i soggetti da lui fotografati (la natura e le divinita'), la texture della carta e il fulgore metallico del palladio rendono al meglio la bellezza che lui va cercando.
Infine spiega come il tema del suo lavoro fotografico non si limiti al concetto di una miriade di divinita', ma si espanda all'idea che le sue foto non siano usa e getta, ma che durino per l'eternita'. Gli interessa preservare delle cose che potrebbero sparire in futuro e il discorso si allarga sulle questioni ambientali e sul fatto che se continuiamo a distruggere la natura in nome del progresso, forse in futuro la natura sparira'.
Conclude reiterando come il procedimento di stampa e il tipo di carta usati siano ottimali per la durabilita' del suo lavoro e che queste scelte non siano dettate dall'arroganza, ma dal desiderio di preservare queste immagini per le future generazioni.
La sua missione e' far si' che in un futuro remoto le sue foto siano testimonianze di una natura ormai scomparsa.