Chiarissimo e perfettamente logico. Aggiungerei però che il controllo di questo aumento del contrasto penso si possa decidere di attuarlo più o meno in modo non meccanico, in funzione dell'effetto che vogliamo ottenere.
In un esterno notte di che ne so, una grande piazza con pochi punti fiochi luce locali (i.e. lampioncini), al disotto di un certo livello di illuminazione anche l'occhio perde linearità di risposta: certe zone di ciò che vediamo stimolano la retina in campo fotopico, con una grande velocità di adattamento; altre possono interessare già la visione scotopica, in cui la massima sensibilità emerge con un tempo molto lungo (anche 30', come ben sanno gli astrofili che attendono lunghissimi tempi di adattamento prima di cercare di vedere all'oculare le tenui braccia a spirale di M101 o di M64). Il che vuol dire che di primo impatto sono più cupe e misteriosamente buie di quanto non siano all'occhio adattato.
In definitiva anche l'occhio finisce per percepire un contrasto maggiorato rispetto a quello che legge algidamente l'esposimetro.
Tra l'altro con un bilanciamento cromatico differente: entrando in zona scotopica, cresce la sensibilità per le frequenze alte/lunghezze d'onda basse, e tutto ciò che vediamo viene percepito globalmente "più freddo": la notte è... blu, motivo per cui vediamo la luce lunare più neutra tendente al freddo di quanto non sia (ben lo sanno i cineasti che quando applicano l' "effetto notte" virano il bilanciamento coi filtri verso il blu).
Quindi a seconda dei casi - presumo - potrebbe essere meglio correggere quanto possibile l'aumento del contrasto per ottenere una immagine finale con rapporti di illuminazione "corretti", ed ombre più leggibili che si può senza tappare le alte luci (alla fine stiamo sovraesponendo e sottosviluppando, il modo migliore per ottenere la più estesa scala tonale riproducibile), in altri lasciare scientemente che le zone più in ombra si perdano in un buio completo valorizzando questo "difetto del difetto" a fini espressivi.